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Perchè questi pensieri?
Massimo Volume |
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Nerd life
di: Paolo Roversi
In quel bollente mattino di fine giugno Alberto si presentò al colloquio in giacca e cravatta. Tirato a lucido come poche volte gli era capitato in vita sua. Presentarsi bene, fornire la buona impressione serviva per convincere le teste d'uovo. Le capacità richieste sarebbero state acquisite dopo, se era il caso. Per l'apprendimento dei cosiddetti skills c'erano manuali e dispense da perderci la vista. Il mondo dell'ITC, bella sigla pomposa per dire che si traffica su una tastiera, era uscito con le ossa rotte dagli ultimi anni di vacche magre e solo le aziende più solide avevano tenuto botta. Alberto aveva esperienza. Laureato al Politecnico quasi in tempo, quindi tre anni come consulente in una multinazionale americana che però, il mese precedente, vista l'aria che tirava, aveva tagliato i consulenti (tanti) e tenuto i dipendenti (pochi) per far quadrare il bilancio. Lui ne capiva di database, di programmazione, di reti. Era un informatico completo, insomma, a cui potevi chiedere algoritmi complessi. I tempi, però, erano cambiati e lui si era trovato a spasso dall'oggi al domani. Le sue aspettative mitigate, e con loro le prospettive. Per non parlare dello stipendio. La generazione mille euro era diventata la nuova condanna di Alberto che prima, da consulente, guadagnava tre volte tanto. L'impiego cui aspirava, insieme ad altre trenta persone quel mattino, era un modesto posto per operatore help desk di secondo livello. Ossia fornire risposte preconfezionate a tutti quelli che fingevano di capirne abbastanza d'informatica da superare il primo step. Il primo livello serviva per dissuaderli, il secondo per simulare di risolvere i loro problemi. La ditta vendeva un certo tipo di software gestionale: fatture, bolle, contabilità varia. Un'autentica frustrazione per uno laureato in ingegneria informatica, specializzato in telecomunicazioni e reti. Alberto fece buona impressione al colloquio. Era palesemente overskilled ma si accontentava dei mille euro. I suoi datori di lavoro si fregavano le mani: non avevano paura che se ne andasse tanto presto. La crisi del settore, per un altro paio d'anni almeno, l'avrebbe costretto alla loro catena: è il mercato, bellezza. Alberto cominciò il lunedì successivo. Dopo appena due giorni di full immersion sul prodotto era già operativo: pronto a rispondere alle chiamate. Il suo entusiasmo, però, sciamò quasi subito. Dopo una settimana aveva esaurito tutte le possibili casistiche. La gente domandava sempre le stesse quattro cose, così iniziò a cercare dei diversivi per passare il tempo. Sfruttava internet per chattare con i suoi ex-colleghi su Messenger o discutere di soluzioni informatiche nei vari forum. Ma si stancò presto anche di quello. Cominciò a tenere un blog, a cercare di rimorchiare su Facebook o MySpace, a scrivere stupidi messaggi su Twitter... In breve tempo i social network divennero la sua vera droga, l'antidoto per riempire quelle giornate di nulla. Installò anche le applicazioni mobile sul suo Blackberry. Così poteva essere sempre raggiungibile, sempre connesso ai suoi amici virtuali. Persone che se avesse incontrato per strada non avrebbe riconosciuto. Ogni sera usciva un po' più tardi dall'ufficio: non riusciva a staccarsi dalla sua panacea virtuale. Non gli pagavano gli straordinari ma siccome il servizio d'assistenza era attivo ventiquattrore nessuno si lamentava se rispondeva ai clienti anche dopo le sei di sera. Anzi. Alberto, da parte sua, non aveva molta voglia di tornarsene nel suo triste monolocale che affacciava su un casermone grigio dove si respirava sempre puzza di fritto e di smog. Senza climatizzazione, senza satellite, senza connessione Internet. In ufficio aveva la banda larga, il caffè gratis, il fresco del climatizzatore. Non c'era paragone... |
| Scrivere sulla sabbia Lo so, lo so con un video di youtube o di dailymotion non si fanno post è troppo facile, è come se nei suoi diari Ciano avesse scritto: "Oggi sono andato al cinema" oppure "Edda sei bella ma tuo padre è uno stronzo". E poi non è che puoi sovvertire le leggi di Splinder con i suoi copyright -questo è mio, quello è tuo- ma siccome io penso seriamente d'essere qui di passaggio è meglio che mi appunto subito questo video che poi l'mp3 l'ascolto in macchina e lascio immaginare lo stile di guida con questo ritmo che fa ballare semafori e platani. Si dice che Internet permette lo scambio e la diffusione del sapere, la creazione di nuova conoscenza. Internet sarebbe, e in parte è vero, una mente estesa con un'enorme cervello che acquisisce elabora e memorizza informazioni e meta-informazioni, tant'è che si parla di diritto all'oblio, perché le informazioni che consideriamo strettamente personali o diffamatorie e lesive dei diritti della persona, non sono più cancellabili, non possono essere più rimosse dal world wide web e dai suoi innumerevoli server. A dir la verità, io incomincio ad avere qualche dubbio su questa cosa e non vorrei che un giorno venendo qui, in questo posto, questo mio adorabile Mr. Hide (o anche dottor Jekyll) scomparisse davvero.......Error 404........ pagina non trovata. Non è proprio questa grande perdita, però non molto tempo fa c'è stato un interessante dibattito su La Memoria al Tempo di Internet, ebbene c'è da ricredersi o meglio lo si sospettava quasi tutti ...Internet non ha memoria. Ah ;) sembra un'affermazione balorda, in controtendenza; qui infatti tutto sembra statico, immobile e immutabile...anche le pagine azzurre di chi non si legge più o che non c'è più sembrano proprio azzurre come ieri e ieri l'altro. In realtà tutto è in mutamento -impercettibile, vero- ma tutto cambia così questa alla fine non è proprio un'affermazione campata in aria, è un'ipotesi con tanto di prove, basta pensare al sito di swif.it, migliaia di terabyte d'informazione puff... annullati, oppure più modestamente -ed è solo un piccolo esempio molto personale che m'incoraggia nel sostenere questa ipotesi- al fatto che alcuni dei miei posts mostravano delle immagini ospitate dal server xs.to ....ora, queste immagini non ci sono più, al loro posto un link che si perde nel nulla ...induttivamente non resta che concludere come in realtà Internet sia fatta a nostra somiglianza, con la nostra stessa sostanza.....oggi ci sei, domani c7. |
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Sacco Nicola, un calzolaio Vanzetti Bartolomeo, un pescivendolo
Come dire ...la dignità non ha titoli. Charlestown, 23 agosto 1927. Anche in questi giorni ferragostani le cronache sono piene zeppe di storie d’immigrati. Clandestini ci tengono subito a precisare i portavoce nei loro resoconti. Storie d’abbandono, di tragedie, di vite tolte e negate. I telegiornali si susseguono incalzanti in ogni attimo e forniscono notizie scottanti, fiumi di dettagli. I telegiornali, raccontano molte menzogne e bugie che alla fine è come se dicessero davvero la verità. Ci sono i portavoce e sono tanti quelli bravi in questa perfida arte di raccontare tante verità piene di bugie; ma le bugie, persino quelle, sono false e fasulle. Fatte ad arte con gli ingredienti giusti, quelli non molto diversi dalla menzogna, dalla distorsione. «Bisognerà appurare» Appurare che la distorsione sia ben aderente alla menzogna, ma tanto io, a questi portavoce non ci credo e continuo a chiamarli boia e assassini. Alma Mater Studiorum, c’è un messaggio di posta elettronica per te
Non bisogna essere geni per avere la dignità di chiamarsi Uomo, non si ha bisogno di un titolo per sentirsi orgogliosi d'essere un Uomo. C’è chi ha scoperto la penicillina, i quasar, le nebulose e le galassie e chi pensa a vincere al fantacalcio a bocce e a freccette. L'evoluzione, l’equilibrio sta tutto nell’armonia delle proporzioni …nei rapporti bilanciati. Hai un cervello? Cazzo usalo, vivere è superare se stessi. C’è chi ha buone idee e chi ne ha di pessime. C’è chi vive pettinando le bambole, incollato al suo cubo magico, chi sbava per un culo e un paio di tette. C’è chi si fa santo e chi si rallegra d’esser fascio magari frocio. C’è chi spara cazzate, chi vive sperando in un sei e chi visse sperando che morir non si può dire. No, non è una liturgia e neanche una commemorazione. E’ una coincidenza e a casa mia non si dice neanche più presa di coscienza …quasi si urla Sveglia! Ma i sordi non ci sentono così come i ciechi non ci vedono…è così evidente che banale è a dir poco un insulto. Qui no, qui in questo paese, no. Devo ancora trovarlo quello buono dove ci sono solo buoni propositi. Dove si possa vivere bene senza armi, senza violenza con le proprie buone idee e per farne valere almeno una non si deve per forza uccidere il proprio avversario. A come utopia « Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata » Herbert Marcuse Ma c’è, sono sicuro che c’è, basta vivere le cose che dici…trascendere la realtà esistente, restando fedele al contenuto universale dei diritti e dei concetti. Il nichilismo insegna che la sottile linea tra l’ uomo e l’animale consiste solo in un “errore” ogni cento lettere «…wwyyppotawwhjjascensskkoorrexxrrjj…»; in una casualità nella trascrizione del genoma da scimmia a scimmia, da scimmia a uomo. Questa è l’evoluzione quotidiana: .un sussulto. Un’opportunità –ed è forte la tentazione di scrivere mancata e irripetibile- di salire un gradino nella gerarchia della conoscenza. Un privilegio per l’Uomo che sistematicamente viene annullato da quelli per cui la varianza è insignificante così che il tutto è nella media. Miliardi di miliardi di corpi umani annullati nella polvere, grassi fertilizzanti per alimentare un valore medio sempre, costantemente, ancorato a Zero.. …però noi ci abbiamo il tv al plasma, non viviamo più nelle caverne… Insomma roba da sachertorte…“Continuiamo così, facciamoci del male!”
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‘eccì Carmelina lavora in un caseificio. Ricotta alle sei e mozzarelle alle quindici; dipende dai turni, e quello delle sei è sicuramente il più faticoso. Carmelina si vergogna del suo nome e adesso si fa chiamare Sabrina. Carmelina è una padana e questo suo nome di battesimo, siculo e da peccatrice, come quella mignotta di Maddalena le fa schifo! Lei vuole un nome degno, un nome degno della razza del Nord; così ha scelto Sabrina e non perché Sabrina -il nuovo nome- faccia snob per un vezzo alla moda, ma per via di quel tanto di estatico -che a pronunciarlo si rimane a bocca aperta- da non potersi confondere con le colleghe di lavoro, le terrùn. Per via di quel tanto di distacco che questo nome suggerisce del bianco dal nero, dalla pelle, dei peli e dei baffi. Per via delle merdaiole ...le cinesi vebbè ci siam capite. Ma anche perché quel nome è legato alle ballerine verdi, quelle della miss, la figlia del parùn. Nomen omen, per una nuova identità, per emergere da quella vita da caseificio fatta di cuffie, sudore, caglio umido e bollente. Braccia secche, immerse nel liquido di governo e di risulta che poi bagna le ballerine fin sotto le ghette di cellophane. -Merda, il raso macchiato! Pensieri interrotti o anche phenomena. Ma non è solo per una assonanza con i tempi che non ci si può chiamare Omàr o Pierferdi in un’epoca in cui tutti si chiamano Benito, Aida, Augusto o Elettra. E che pensieri strambi raccolgo stasera da Concetta. A dispetto delle chiacchiere pulite e nette delle comari che chiosano sui nomi come quello di Carmelina e sui destini e i mestieri che il fato ci assicura come i Lloyd's ai tulipani ...Samira, Josefa e Viorica non possono che fare le badandi, pulire il culo alle vecchie... Ha ragione Concetta, chiacchiere inutili. Altro che nomen omen et nomina sunt omina. Poi dice: - ma scusa Alf, allora Olaf, Silvio, Teoldolinda e Odino? - boh, faran mica gli dèi !? Lei, Concetta, è nata a Milano e fin dai sei anni vive a Verona, da genitori torinesi. Migranti dalle Molinette, dalla I.a e dalla II.a cintura. Operai. Tre figli, con uno zio questurino e altri due balordi trapiantati come semenze di pomodoro da un Molise in secca fin dei primi anni del 1800. Seppie e dagherrotipi ...e cosa vuoi che capiscano del Veneto e di questi tàliban che il dané gli sghèi e la coca, la fica e l'oppio lo ciucciano come fosse cabernet ... e strila ai gatt e dise che le briciole del tavolo nutrono le formiche che del giardino salgonosù per le mattonelle per via dello zen. A Nord. Mi piace Concetta.
Ognuno a suo modo…a termine... |
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Sandman Chissà se ad una lettura neanche troppo freudiana è davvero nel “‘sogno’” che appare vero “il mostrarsi del soggetto, ciò che egli da a vedere, i suoi atteggiamenti, il suo comportamento di fronte agli altri, il modo in cui egli organizza il proprio Io e i meccanismi di difesa di questo Io” |

). Insomma sono sempre soddisfazioni queste vacanze; peccato sentirsi sempre addosso questa puzza, questa sensazione d'esser un pollo d'allevamento.![]() |
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La canzone che Meta è un termine che deriva dal greco e vuole indicare trasposizione, superamento dei limiti, metafisica ad esempio è un termine concreto per darne una velenza. Meta può anche indicare mutamento, metamorfosi, trasposizione .Da a. Ma meta è anche un termine ambiguo o meglio polisemico e così può anche indicare un percorso, un tragitto per un punto: il termine prefissato che si vuole raggiungere. Meta è la sintesi ad ogni sforzo profuso nella ricerca di un quid. Meta è anche una delle due parti uguali che, unite insieme, formano l'intero. O anche solo la metà. E non sfugge il fatto come la foto di sopra sia in realtà composta da piccole lettere. Per tutti i piccoli pezzi colorati passa un filo invisibile. C'è un filo conduttore. Non dobbiamo aguzzare la vista anzi abbiamo bisogno solo di un accento per distinguere e per congiungere. Ci vuole un pensiero. I Part Language and thought ~Linguistic Relativity~ thought e relativity
...non mi sembra il caso di aggiungere altro. Le parole...a volte...non hanno nulla da inviare alle stelle, alle comete, alle galassie. Un solo pensiero le supera, non si accontenta delle virgole, non s'appaga dei soli punti. Li annoda, li congiunge, crea le costellazioni. Immagina l'universo e il senso esonda. |
scrivo per te Non c'è contatto di mucosa con mucosa eppur mi infetto di te,
Marlene Kuntz
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